Gli incanti della luce

lisboa22

di FEDERICO PACE  (tratto da “La libertà viaggia in treno”, Editori Laterza)

Il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si sta compiendo.
Non è mai solo quel che sembra, ma sempre qualcosa di
più. Quando, poco prima delle cinque del pomeriggio, il viaggiatore
parte dalla stazione ferroviaria di Porto Campanhã sa
che, alla fine, non sta semplicemente lasciando questa città
così insolita. Le salite, le strade strette e le case diroccate.
Quel misto di moderno e antichissimo, il fiume Douro, la
calma e l’irruenza inquieta. Le vetrine piene di cianfrusaglie e
il caos delle macchine davanti al Teatro Coliseu in Rua Passos
Manuel. Le schiene delle palazzine con le maioliche colorate,
i piccoli balconi e l’uomo anziano con il cappello grigio che
guarda il treno passare.

L’oceano non ha bisogno di farsi vedere per far capire che sta arrivando.

Dopo Coimbrões, il viaggiatore va verso sud. Poi, quando il treno costeggia la Traversas das Marinhas si capisce che la ferrovia sta facendo di tutto per andare dove finisce la terra e inizia il mondo. L’oceano non ha bisogno di farsi vedere per far capire che sta arrivando. Lo si sente, prima ancora che ci
si sia di fronte. Prima ancora che il vento e le burrasche colpiscano
il volto. Lo si sente da dietro un muro bianchissimo, quando si è appena comprato um pessego per rinfrescarsi; lo si vede nel giro altissimo che fa il gabbiano quando nell’aria cerca anche lui di trovare il verso giusto.

IN LIBRERIA:
—>> “La libertà viaggia in treno”, Federico Pace (Laterza)

—>> “Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza”, Federico Pace (Einaudi)
—->> “Controvento”, Federico Pace, (Einaudi) in libreria dal 16 maggio 2017)

L’idea di unire Porto a Lisbona venne allo statista portoghese Costa Cabral e i primi lavori per la realizzazione iniziarono il 17 settembre del 1853. Erano trascorsi appena trent’anni da quando il Brasile era riuscito a riconquistare
una libertà e un’indipendenza che i conquistadores portoghesi gli avevano negato per lungo tempo. Il viaggio intercontinentale, quello per nave, era stato un abisso di conquiste, strazi, e disumanità. La ferrovia, questa ferrovia, sarebbe divenuta il territorio di un’altra battaglia. Il 9 marzo del 1953, proprio sul tratto che univa i due volti del Portogallo, venne inaugurato un treno dall’aspetto futuristico, il Foguete, letteralmente il «razzo». Il muso metallico, affusolato e modernissimo. Aveva posti in prima e seconda classe, bar e minibar; e l’aria condizionata. All’epoca era il treno più lussuoso della penisola lusitana. Raggiungeva anche i cento chilometri orari. Orgoglio di chi lo aveva costruito, quel treno divenne presto l’espressione del potere.

La sequenza di queste minute strutture a un piano, bianche e
luminose sono la punteggiatura di un discorso in cui viene narrata la contadinesca e gentile natura dei portoghesi

Su l’intercidade di oggi, che impiega poco più di tre ore e fa undici fermate per unire le due città, sembra esserci posto per tutti. Ciascuno da dentro il treno vede, al di là del finestrino, le tracce del nuovo Portogallo e gli indizi di quel che s’è conservato al riparo dal tempo. Prima il Club de Golf Miramar e le strutture perfette e pulite pensate per quegli europei che in questa terra primaverile vengono a trascorrere l’autunno della propria vita. Poi ecco le stazioni di Aguda e Granja. Poi altre ancora. Lungo il percorso del treno, la sequenza di queste minute strutture a un piano, bianche e luminose, con le tegole rosse e l’accesso diretto alla strada con gli scalini in pietra, sono la punteggiatura di un discorso calmo e tranquillo in cui viene narrata la contadinesca e gentile natura dei portoghesi. Ma il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si sta compiendo.

Il treno passa tra gli edifici bassi e anonimi delle imprese. I nomi scorrono veloci. Tafife – Gestão de Servicos, Sorgal – Sociedad de Óleos e Rações, la Yazaki Saltano. Il Portogallo stesso è un treno che arriva da distanze lontanissime, è un discorso che è iniziato molto prima che potesse arrivare il
viaggiatore, e quando si arriva in Portogallo, quando si sale a bordo di questo treno, quando si comincia a vedere il volto di questo paese, e a sentire la porzione del discorso che viene pronunciato in sua presenza, non si può fare altro che cercare di comprendere nel tempo più breve possibile quel che
è già stato detto. La democrazia riconquistata dal Portogallo è così recente che sembra di toccare un fragilissimo fiore di prato che si piega nel momento in cui lo sfiori. Fu un viaggio in treno tra Porto e Lisbona ad aprire una breccia in quel monolite che fu la dittatura di Salazar.

Qualche anno dopo l’introduzione del Foguete, il 16 maggio del 1958, sul treno ci salì Humberto Delgado. Il nome, a qualcuno che non è portoghese e non conosce la storia di quel popolo, non dirà molto, eppure in Portogallo lo ricordano in molti e di lui dicono che era un generale che non aveva paura. Anche per Delgado, quel viaggio in treno non fu semplicemente un viaggio in treno. Due giorni prima, il 14 maggio, aveva parlato a Porto nella piazza intitolata ad Almeida Garrett, il letterato che più di cento anni prima aveva partecipato alla rivoluzione liberale portoghese, prima di essere costretto a fuggire in Inghilterra. Quel giorno di maggio si apriva la campagna elettorale per le elezioni presidenziali. A colmare la piazza c’era la gente stanca dell’interminabile dittatura di Salazar. Qualcuno s’era arrampicato su un lampione, per capacitarsi che tutto quello che stava avvenendo, stava avvenendo davvero. Il palco stava proprio di fronte alla stazione di S. Bento. Nelle foto d’epoca, sullo sfondo, oltre il mare di gente, si vede la chiesa dos Congregados con la sua facciata rivestita di azulejo. Due giorni dopo, due giorni dopo quella folla, Delgado salì sul treno per Lisbona senza sapere ancora cosa sarebbe potuto accadere.

Dal finestrino sporgono i loro volti e i loro sorrisi aperti; poi lentamente li si vede arretrare sempre di più, non riuscire a tenere il passo e, infine, scomparire.

Dopo Paramos, in uno di quegli ultimi tratti in cui la ferrovia
corre vicinissima all’oceano e al suo respiro freddo e burrascoso,
le si affianca una strada dal nome emblematico, la Rua do Caminho de Ferro. Le due vie corrono parallele per un po’. Un’utilitaria rossa sembra seguire il treno, a bordo ci sono una madre e un bambino. Dal finestrino sporgono i loro volti e i loro sorrisi aperti; poi lentamente li si vede arretrare sempre di
più, non riuscire a tenere il passo e, infine, scomparire. Accade più volte lungo questa ferrovia che piccole strade, vie sterrate, provinciali dimagrite, per qualche tempo si provino ad allungare il passo insieme al treno. Ciascuna di loro segue la via ferroviaria, come un fratello minore segue il fratello maggiore, quasi immaginando che anche lui, proprio mentre lo segue e
poi è costretto a vederlo andare via, possa in un futuro prossimo
intraprendere lo stesso cammino e andare lontano.

Proprio in questi ultimi anni, appena uscito da una lunga malattia,
António Lobo Antunes, che tra i lusitani è l’autore più crudo
e impervio, quello che forse più di tutti continua in un lavoro
incessante di svelamento e memoria, per sé e per gli altri, di un
Portogallo sofferente e fragile, reale e palpitante, ha voluto raccontare di queste stradine che corrono così vicine alla ferrovia. Quando aveva una decina d’anni, il nonno lo portava con sé sull’automobile di famiglia lungo le strade che affiancavano le linee ferroviarie. Quando passavano i treni, loro li seguivano per tutto il tempo che potevano. Era come vivere due vite, ha
detto Antunes. Quella di chi era sul treno e quella di chi era
sulla vettura. Forse proprio lì, nel chiuso dell’abitacolo della
vettura, spalla a spalla con il nonno, mentre guardava un treno,
aveva cominciato a intuire cosa sarebbe potuta essere la vita e
cosa sarebbe potuta essere la letteratura.

Il viaggio in treno non è solo il viaggio che si sta compiendo.
Così anche se il treno continua ad allontanarsi dall’oceano,
a evitare i meandri delle isole fluviali di Aveiro, ad andare
verso la piccola stazione di Avanca, verso Salreu, Canelas e
poi verso il Rio Vouga, il viaggiatore rivede lo stesso i labirinti
inestricabili delle acque di Aveiro, rivede, proprio ora che il
treno se ne allontana, l’Estuario con le sue nuvole basse e
dense, la sabbia, il vento, i ristoranti di pesce con la tovaglia di
carta, i camerieri, il vinho verde, i pescatori con le loro canne
contro il biancore della baia.

E quasi li si vede con i loro volti asciutti, gli occhi dolci, i vestiti neri delle donne anziane che predicono la fine di un amore…

Quella tra Porto e Lisbona è la ferrovia più importante di tutto il paese. È lunga trecentotrentasei chilometri e pare quasi che tutti vivano sul ciglio di questa linea. I paesi, le cittadine, i piccoli centri, le serre boscose e i fiumi. Lungo
questo caminho de fero vive più del sessanta per cento deiportoghesi.
E quasi li si vede mentre si sta sul treno, mentre si attraversa il Baixo Vouga, con i loro volti asciutti, gli occhi dolci, i vestiti neri delle donne anziane che predicono la fine di un amore, le mani degli omini magri che vendono i rissoes
e i pantaloni lisi dal tempo, di quelli che ti fanno entrare nei musei abbandonati, tutti quanti lungo le stazioni a guardare il treno che passa. Tutti quanti a guardare anche questo treno, proprio mentre il viaggiatore è a bordo, proprio come avvenne quando passò Humberto Delgado che andava verso
Lisbona perché voleva diventare presidente e voleva riavvicinare il Portogallo alla libertà. Tutti sul ciglio della ferrovia, così come quando nell’altro continente, al di là dell’oceano, al di là della terra, là dove inizia il mondo, la gente di ogni colore e razza si mise sul ciglio della ferrovia a salutare un uomo che sarebbe dovuto diventare presidente e che aveva perduto la
vita prima ancora di poterci provare.

Da Coimbra il treno si dirige prima verso ovest, ancora verso il mare, e poi comincia a scendere verso sud. Pombal, Albergaria dos Doze; e poco prima di Caxarias, quando il pomeriggio si fa più avanti e la luce del sole prende a scaldare le case con una più fraterna dolcezza, la valle diventa silenziosa
e le canne sul margine della ferrovia fremono al passaggio del convoglio. Poi Tomar e il suo castello severo. Tra le distese di ulivi, la presenza dell’uomo sembra regredire. Il viaggio, verso le sette di sera, capitola rapidamente. Entroncamento, Santarém, Azambuja e Vila Franca de Xira.

Il viaggio in treno non è mai solo il viaggio che si va compiendo. È sempre qualcosa di più. Per qualche motivo il viaggio in treno finisce sempre per rimandare a una collettività, a una comunità, a una condivisione. Forse perché il treno non è solo un mezzo di trasporto, ma qualcosa di più, qualcosa
che ha a che fare con il bene pubblico. Il treno espone il viaggiatore e lo mette in comunicazione con i luoghi che attraversa e con le persone che incontra. Sembra fatto apposta per qualcosa di corale e collettivo. Quando il generale
Humberto Delgado il 16 maggio arrivò alla stazione Santa Apolónia di Lisbona, a bordo del Foguete, trovò una folla infinita ad aspettarlo. C’erano le braccia alzate degli uomini, i volti sporti in avanti, le donne con le acconciature del tempo e le idee di libertà. Tutti vicinissimi al binario, qualcunosi era messo sulle spalle di un altro. Tutto il Portogallo stavasul ciglio di un binario. Ci furono soppressioni della polizia, colpi e violenze per impedire che la folla mostrasse il volto felice della libertà. Alle elezioni, a Delgado non venne concessa una vera competizione e fu sconfitto. Da allora Salazar decise di abolire il suffragio universale. Delgado venne ucciso nel 1965, ma l’opposizione cominciò a prendere coscienza e a organizzarsi fino a che la dittatura venne abbattuta, nel 1974.

E prima che si faccia sera, c’è ancora il tempo per i riflessi e gli incanti della luce

Questo treno, quello su cui è salito il viaggiatore, invece di arrivare alla stazione Santa Apolónia, come quello di Delgado oltre cinquant’anni fa, arriva alla stazione Oriente. Non c’è alcuna folla ad aspettare, non c’è l’intero Portogallo sul ciglio del binario. Fuori della stazione, tra le strade, ci sono le voci, aspre e suadenti, il languore dei volti degli angolani che si incrociano nel Rossio e lo spaesamento di chi passeggia lungo le grandi avenidas. E prima che si faccia sera, c’è ancora il tempo per i riflessi e gli incanti della luce e i guaiti di un cane che, in una viuzza dell’Alfama, guarda e aspetta una carezza.

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IN LIBRERIA:
—>> “La libertà viaggia in treno”, Federico Pace (Laterza)

—>> “Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza”, Federico Pace (Einaudi)
—->> “Controvento”, Federico Pace, (Einaudi) in libreria dal 16 maggio 2017)

IN EBOOK
—>>“La libertà viaggia in treno”, Federico Pace (Laterza)
—>>“Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza”, Federico Pace (Einaudi)