Oslo Bergen e gli angoli sublimi di mondo

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di FEDERICO PACE  (tratto da “La libertà viaggia in treno”, Editori Laterza)

C’è sempre un piccolo seme sotto una fitta coltre di neve. Il viaggiatore neppure lo sa quando poco dopo le otto del mattino comincia a pulsare il battito del treno sul binario della Bergen stasjon. Si prepara ad affrontare con stupore e pazienza queste distese infinite, l’espandersi e il ritrarsi dello spazio tra il nero dei tunnel e l’esplosione della luce, come se stesse sul punto di intraprendere una spedizione in cui a misurarsi non è solo il corpo. Ci si predispone al viaggio come se si potesse apprendere, da chi lo ha percorso, da chi queste terre le ha vissute fino in fondo, il modo per pacificare, almeno per qualche attimo, una certa irrequietezza. Tra Bergen e Oslo
ci sono cinquecento chilometri, quasi duecento gallerie e un altopiano che diviene un’infinita distesa di neve. Prima che venisse costruita la ferrovia si impiegavano più di cinquanta ore per andare da una città all’altra. Quando una strada è così lunga, deve per forza portare da qualche parte.

Sul vagone non ci sono molti
passeggeri. Una ragazza, come una sirena poggiata sui fondali
del suo oceano, tiene gli occhi socchiusi.

Le storie intorno alla via che unisce la sponda ovest con quella est della Norvegia, il viaggiatore le ha ascoltate per la prima volta mentre stava accostato al bracciolo di un divano nel salone di un’abitazione confortevole poco lontano dal porto di Bergen. Confortevole come può esserlo solo l’abitazione di chi ha cura della casa perché ci trascorre il tempo silenzioso e chiuso dell’inverno. Confortevole come può essere solo una dimora quando fuori c’è il gelo più inospitale che si sia mai provato. Ma non era per quello, per il freddo irredimibile, che le storie avevano il sapore delle antiche leggende.

Così il treno comincia il suo viaggio attraverso l’Hordaland e lungo le coste frastagliate del Sørfjorden. Scorre il fianco meridionale dell’isola di Østerøy e poi risale verso nord. Il minuscolo gruppo di case in pietra del villaggio di Vaksdal e le gole strette e ripide intorno a Dale. Sul vagone non ci sono molti passeggeri. Una ragazza, come una sirena poggiata sui fondali del suo oceano, tiene gli occhi socchiusi. Il filo degli auricolari accentua quell’isolamento abissale. Ad attrarre è il fatto che, per qualche motivo, si capisce che non li ha chiusi per dormire, ma per qualcos’altro. Dopo qualche istante, dalla distanza breve di un paio di viaggiatori, le si vede anche dischiudere sulle labbra un sorriso. Quale pensiero ha fatto fiorire quella piega? Cosa intravede dietro le palpebre chiuse? Quale paesaggio riesce ad abitare mentre la neve copre ogni cosa?

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—>> “La libertà viaggia in treno”, Federico Pace (Laterza)

—>> “Senza volo. Storie e luoghi per viaggiare con lentezza”, Federico Pace (Einaudi)
—->> “Controvento”, Federico Pace, (Einaudi) in libreria dal 16 maggio 2017)

Al di là del finestrino c’è lo spazio e il tempo per immaginare i viaggi degli ingegneri che, prima ancora che arrivasse il Novecento, vennero mandati in spedizione per capire se quella di costruire la ferrovia non fosse davvero una follia. Sentire i loro passi, ora perduti nel tempo e nel ghiaccio, le loro parole pronunciate nel chiuso di qualche rifugio. Anche loro avranno di certo passato del tempo a raccontarsi delle storie, di imprese e di esploratori, mentre fuori c’era un freddo irredimibile, mentre fuori c’era una tempesta di neve, mentre fuori c’era il mondo addormentato dell’inverno. Mentre il viaggiatore stava sospinto contro il bracciolo di un divano, l’amico norvegese aveva cominciato a parlare delle immagini fantasmatiche che l’ingegnere della ferrovia usava realizzare durante i viaggi intrapresi per supervisionarne la costruzione.

Quelle immagini, aveva detto l’amico, sono le pitture più misteriose e capaci di restituire il paesaggio, non solo esteriore, della Norvegia di quei tempi. Aveva detto pitture e il viaggiatore non aveva avuto il coraggio di fargli notare l’imprecisione involontaria. L’ingegnere aveva un nome insolito per un norvegese. Si chiamava Carl Abraham Pihl e si trascinava ovunque una macchina fotografica che utilizzava un particolare procedimento di sviluppo. La lastra di vetro veniva spalmata di collodio e poi di nitrato d’argento. Quel che rendeva unico quel procedimento, e non proprio comodo, era il fatto che la lastra, subito dopo essere stata esposta alla luce, per un tempo che poteva arrivare anche a più di dieci secondi, doveva essere sviluppata immediatamente in una camera oscura. Altrimenti la fotografia, quella ricostruzione miniaturizzata della vita e del mondo, sarebbe andata
perduta per sempre. All’epoca, da queste parti, quella tecnica non la utilizzava nessuno. L’ingegnere-fotografo, che cercava con lo sguardo di racchiudere il paesaggio e qualcosa di più, girava in lungo e largo la Norvegia tirandosi dietro queste lastre, la macchina e chissà cos’altro, forse persino una tenda per approntare in ogni istante quella camera oscura necessaria per non farsi sfuggire la sua personale miniaturizzazione di mondo.

Quando il viaggiatore ha chiesto all’amico se rimanevano delle foto del viaggio che all’età di quarantasette anni quell’ingegnere fece, nel 1872, per perlustrare il percorso che andava da Bergen a Voss, proprio lungo il tratto iniziale – quello che venne costruito per primo, e che venne aperto per la prima volta nell’estate del 1883 –, quando gli ha chiesto quali fossero gli spazi che aveva deciso di trattenere in quelle fragili e pulsanti immagini del tempo perduto, l’amico, senza chiarire nulla, ha semplicemente risposto che le immagini di
quell’uomo erano quanto di più incredibile si potesse vedere. Il treno comincia a salire e ad andare verso l’altopiano gelato quando sono passate da poco le nove del mattino.

Ancora neve, ancora i
paesaggi immersi nel silenzio.

Ancora il palpitare delle motrici, la neve e il silenzio. La piccolissima stazione di Myrdal poco dopo essere entrati nella regione del Sogn og Fjordane. Il mondo, quello che si riteneva di conoscere fino ad allora, quasi scompare. Ancora neve, ancora i paesaggi immersi nel silenzio. Lo stesso silenzio che aveva colpito a fondo Henrik Ibsen, il drammaturgo norvegese che
visse a Bergen e a Oslo e che viaggiò tra le due città quando questa ferrovia non c’era ancora e quando la ferrovia cominciò a prendere vita. Anche lui, come la ragazza che continua a mantenere socchiusi gli occhi, che continua a sostare in una zona inaccessibile, segreta e personale, perduta in qualchepaesaggio interiore che nessun fotografo sembra poter riuscire a catturare, anche Ibsen durante quei viaggi cedette alla tentazione di chiudere gli occhi e precipitare in qualche personale abisso. In una delle sue ultime opere, in quel dialogo che si scambiano i due protagonisti, alla donna che rimprovera l’uomo di avere dormito per tutto il tempo durante il viaggio in treno, il professor Ruberk risponde: «Non proprio. Mi accorsi di quanto silenziose diventavano quelle piccole stazioni. Ascoltavo il silenzio. Come te, Maia». Il silenzio, appunto. Il treno, dopo essere rientrato nell’Hordaland, raggiunge la vetta estrema di Finse oltre i mille e duecento metri, così in alto come nessun altro treno riesce ad arrivare in Norvegia. C’è il ghiacciaio Hardangerjøkulen e la sua vastità imponderabile. Le catene montuose dell’Hallingskarvet.

Qui, nel nord della regione del Buskerud, sull’altopiano montuoso e le foreste, a poco più di ventitré anni, arrivò anche Fridtjof Nansen. Per lui, niente treno. Solo racchette da sci. Andava anche lui verso Oslo. Quando ci arrivò, dopo avere dormito un sabato nella casa del padre per riposarsi, tornò indietro da solo, con una certa ebrezza, senza tenda, senza sacco a pelo, senza compasso. Solo con Flink, un cane meticcio. Dopo diciannove ore di cammino nelle distese vuote, infinite e bianche, tra vento e neve, si decise a scavare un buco, una tana nel ghiaccio, per dormire e riposare tenendo stretto il cane tra le braccia. Solo il pomeriggio successivo riuscì a tornare a Voss, dall’altra parte dell’altopiano.

Lo sguardo può infilarsi per un solo secondo in quel buco
e intuire quell’angolo sublime di mondo

Anche le gallerie, che si susseguono una dietro l’altra, sono una specie di rifugio, una tana in cui il treno cerca ristoro e conforto. Non sono solo un modo per attraversare le montagne, per infilarsi nel cavo della terra. Le gallerie per difendersi dal vento, dalle valanghe e dalle tempeste di neve. Quando su questo treno salì anche Karel Čapek, il drammaturgo ceco che nel Nord venne a cercare, nella prima giovinezza, il coraggio che non trovò per diventare quel che poi invece divenne Nansen, venne colpito proprio da queste gallerie artificiali, da queste barriere che si estendono per chilometri e chilometri e stanno anche lì, nei punti più esuberanti e malinconici, proprio lì dove lo sguardo potrebbe trovare la sponda più sorprendente. Chi costruì queste barriere, scrisse Čapek nel diario, ha lasciato uno spiraglio, un’apertura, e allora lo sguardo può infilarsi per un solo secondo in quel buco e intuire quell’angolo sublime di mondo. Forse anche Čapek conosceva la passione per il paesaggio di Carl Abraham Pihl. Forse anche lui era arrivato fin qui per vedere le ombre di luce catturate in un altro tempo.

Ma c’è un
modo per apprendere ad attraversare una tempesta?

Dopo che sulla superficie trasparente dei finestrini appaiono i rilievi dell’Hallingskarvet, si scende piano verso Ustaoset e Geilo. Ci si ritrova a oltre duecentocinquanta chilometri da Bergen e a oltre duecentocinquanta chilometri da Oslo, quando sembra agitarsi la frenesia di una tempesta di neve. I fiocchi contro i finestrini, tanto che quasi non si vede più nulla. Alcuni treni che viaggiano su questo percorso hanno anche un cuneo davanti alla locomotiva per aprirsi la strada, così i viaggiatori possono andare oltre e non fermarsi. Ma c’è un modo per apprendere ad attraversare una tempesta?

Quandonel 1888 Nansen per primo cercò di intraprendere sugli sci l’attraversata della Groenlandia, quando cercò di andare da
un capo all’altro, da est a ovest, spinto solo da quella incapacità più volte confessata di non riuscire neppure a intravedere un posto dove restare, si trovò di fronte alla necessità di confrontarsi con una tempesta di neve, proprio a metà cammino, in un luogo in cui tornare indietro presentava le stesse incertezze che andare avanti. «La neve entrava attraverso tutti
i pori degli abiti, ci si sentiva completamente nudi.» Il vento, la mattina successiva, era così forte che Nansen arrivò a pensare che la tenda, il loro unico rifugio, sarebbe stata spazzata via. «L’unica via – è scritto sul diario di allora – sarebbe di strisciare dentro il sacco e pelo e lasciarci seppellire». Nessuna nota di rabbia, nessun cenno di furia disperata. Come quanto era avvenuto da ragazzo, anche allora Nansen aveva cercato di adattarsi alla natura. Le sue spedizioni non erano battaglie, non erano un corpo a corpo con qualcosa di più grande; erano piuttosto un tentativo di comprendere e di venire a patti.

Quando la tempesta cessa, il treno si trova sull’altopiano della Valle dell’Hallingdal. Ancora la neve però, le montagne e il respiro trattenuto. Su questa stessa tratta, da Bergen a Oslo, da un capo all’altro, quasi come fosse una spedizione, appena qualche anno fa si sono messi in viaggio due musicisti che arrivavano da Baltimora, da quei climi umidi e subtropicali della città sul fiume Patapsco. Sedotti dal fascino inconsueto di questi luoghi, Victoria Legrand e Alex Scally hanno accettato la sfida di scrivere una canzone durante il loro viaggio. All’arrivo, quando sono giunti fino in fondo, l’hanno eseguita nella Sentralstasjon di Oslo. Nella voce di Victoria Legrand, se si ascolta quella composizione breve, c’è una sorta di ipnotica forza. Le parole, ascoltate in viaggio, si fanno strada lentamente. «We were sleeping till, you came along. With your tiny heart. You let us in the wooden house. To share in all the wealth. Don’t you know it’s true?». Solo dopo, la cantante comincia a pronunciare la parola Norway, come fosse un’epifania inattesa o il richiamo addolorato di un bimbo.

Sul vagone, la ragazza-sirena sta ancora raccolta dentro di sé, piegata con le gambe sopra il sedile. Al viaggiatore sembra quasi di intravedere, sull’orlo lontano della veste, qualcosa di marino e luminescente. Non riesce a immaginare però, neppure questa volta, quale sia la ragione del suo viaggio. Gli occhi chiusi sono il confine che nessuno riesce a valicare.

Oslo è ormai
vicina. Il treno sta per giungere alla fine della sua traversata.

Dopo Hønefoss la ferrovia costeggia il lato orientale del Tyrifjorden e poi scende giù fino a Drammen. Durante quella sera, nella casa di Bergen vicino al porto, mentre il viaggiatore si sospingeva contro il bracciolo di una poltrona, l’amico gli aveva raccontato delle immagini che Carl Abraham Pihl aveva scattato nell’ultimo tratto. Nel percorso ferroviario tra Drammen e Oslo. Molte di quelle pitture, paintings – era di nuovo tornato su quel termine, senza lasciare capire se per errore o per convinzione –, erano state riprese dall’alto e si vedevano i lavori della ferrovia nel corpo sospeso della terra. Gli uomini minuscoli e la loro attività, gli spazi e gli incavi vertiginosi, come di un astro celeste in cui gli abitanti provvedevano alle loro opere cucendo un tessuto che si sovrapponeva a quel corpo. Alla fine di quella serata, solo dopo un’ultima strenua insistenza, l’amico aveva deciso di mostrarne alcune al viaggiatore, di lasciargli intravedere uno spiraglio su quei paesaggi
interiori.

Dal finestrino, il viaggiatore cerca di indovinare in quale punto quell’ingegnere avesse sistemato la macchina e in quale punto avesse aperto la tenda per la camera oscura. La ferrovia si avvicina al fiordo di Oslo. La neve cela quasi ogni cosa. Il treno sussulta ora che è quasi giunto al termine. Nulla però scuote la ragazza, che rimane ancora poggiata sul fondale del suo oceano. Quando Nansen, dopo aver superato la tempesta di neve, avvistò con i compagni per la prima volta la costa occidentale, nel mattino del 17 settembre, fu sorpreso di ascoltare il cinguettio di un uccello e, quando il canto smise d’improvviso, temette di esserselo immaginato. Fu solo il mattino dopo, quando trascorse una notte, quando riaprì gli occhi, che il paesaggio gli diede conferma che era riuscito in quell’impresa. Anche questa impresa è sulla soglia del suo compimento. Il treno passa Asker e poi Lysaker. Oslo è ormai vicina. Il treno sta per giungere alla fine della sua traversata. Sta per toccare la costa est. È allora, quando mancano solo pochi minuti prima di arrivare alla Sentralstasjon, che la sirena, per la prima volta, dischiude i suoi occhi.

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—>>“La libertà viaggia in treno”, Federico Pace (Laterza)
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